Incontro ravvicinato con l’“active shooter”

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R. Schmidt: Dildos are illegal in Texas, but Joe Public can walk into a sports store and walk out with a shotgun.

E. Sloane: That would explain the low rate of dildo-related murders in Texas.

Miss Sloane, regia di John Madden, 2016

Tempo fa ho approfittato di una promozione valida solo per l’Alabama in alcune librerie: a page for a penny, una pagina a un centesimo di dollaro. Qualunque fosse la lunghezza del libro, si pagava il numero di pagine moltiplicato per 0.01 cent.

Ho sbagliato completamente i tempi e sono andata in libreria nel tardo pomeriggio per trovarmi imbottigliata dentro una lunghissima fila alle casse. Ne valeva la pena? Sì, per il piacere di vedere una libreria affollata che neanche in Italia il 24 dicembre durante la caccia all’ultima strenna. Mentre mi compiacevo di far parte di un serpentone umanamente variegato che acquistava libri di tutti i tipi, non ho resistito alla curiosità di sbirciare le copertine dei miei compagni di coda.

Curiosity killed the cat, si dice.

Salvo due donne che avevano acquistato il mio stesso libro sulla tratta degli schiavi fresco di stampa, ero accerchiata da un paio di clienti con volumoni biblici. Nel senso che stavano proprio comprando la Bibbia. C’era infine un uomo tuffato dentro un grande volume, copertina rigida e qualche migliaio di pagine, intitolato Gun values, una sorta di Quattroruote per le armi da fuoco.

Non ho spinto lo sguardo oltre e mi sono rimessa a cuccia.

Nonostante non abbia ricevuto l’offerta di un fucile gratuito com’è accaduto a Michael Moore aprendo un conto corrente, nonostante sia passato un po’ di tempo dal mio primo post “armato”, non riesco ad abituarmi alla facilità con cui si maneggiano le armi negli Stati Uniti. Quando vado nel negozio di articoli sportivi e sbircio tra le vetrine delle pistole e dei machete mi sembra di entrare in un Decathlon qualsiasi e trovarci un arsenale completo.

Infatti, mi ha colto impreparata anche il suono che faceva un active shooter mentre uscivo dall’Università all’imbrunire di una sera di Marzo. Sono abituata ormai alle continue sirene dei vigili del fuoco per incidenti e incendi: la rete di stazioni antincendio è fittissima, e questo consola, poiché le case sono tutte di legno di carpenteria. L’ennesimo incidente sulla famigerata Hwy-280, ho pensato, chissà che fila ci sarà fino a casa. Poi però mi sono passate davanti diverse pattuglie della polizia che, per accorciare il percorso, hanno tagliato attraverso il parcheggio riservato all’Università.

L’eco di altre sirene arrivava anche da altre strade. Ho messo in moto l’auto e mi sono avviata verso casa, ma ho dovuto rallentare perché altre volanti mi stavano superando. Ero la prima al semaforo rosso e ho sentito i brividi lungo la schiena quando ho visto che al mio fianco due poliziotti hanno inchiodato, sono scesi e hanno indossato giubbotto antiproiettile e caschetto e imbracciato i fucili. Una donna uscita dal cortile di un palazzo ha attraversato la strada: aveva un cellulare all’orecchio e urlava.

Il mio telefonino ha squillato. Ho visto sullo schermo il numero delle emergenze e ho pigiato sul risponditore dell’auto. Annuncio in stereo: “B-alert – Threat to Campus. Incident reported at “X” Hospital. Active Shooter. Shelter in place. Updates to follow. Mettiti al riparo dove sei, non ti muovere, c’è una sparatoria in corso. Ti faremo sapere”.

Sì, ce l’avevo davanti agli occhi.

Di quando ho realizzato di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, ricordo solo la freddezza con cui, al segnale verde del semaforo, ho svoltato a destra guardando allo specchietto le pattuglie che continuavano ad arrivare e stavano ora bloccando la strada.

Che è successo, dopo? Innanzitutto, un respiro forte e lungo. Poi, ho continuato per un lungo tratto sulla “Two-Eighty” e mi sono messa da parte, mani sul volante, e ho riguardato il cellulare. Meno di dieci minuti ed era tutto finito con un SMS che diceva “B-Alter: Active shooter update. Police have issued an all clear. Aggiornamento. La polizia dichiara che l’emergenza è rientrata”.

A casa, ho acceso la TV sulle news per capire che dentro il palazzo davanti al quale mi ero fermata un infermiere dell’ospedale universitario aveva sparato, aveva ucciso una persona, ferito una seconda, e poi si era suicidato davanti alla polizia che era accorsa e lo aveva bloccato all’interno.

Un infermiere con una pistola. Una contraddizione. Come quella di famiglie che noleggiano un elicottero, vanno in una tenuta di caccia e sparano ai cinghiali in volo, dall’alto. O quella di una moglie con la Bibbia e un marito con il libro sulle armi in fila in libreria.

Nei giorni seguenti il Preside ha inviato una lunga email ricostruendo i fatti, ricordando le vittime, invitando a essere gentili con i propri colleghi e a ringraziarli ogni giorno per quello che sono e che fanno, senza dimenticarsi di menzionare tutte le risorse che il Campus mette a disposizione: Counseling, Corsi di difesa, nonché Corsi gratuiti offerti dalla Polizia su come comportarsi in caso ci si imbatta in un active shooter e la sorte non offra un commodus discessus, una via di fuga, come ad esempio poter svoltare al semaforo.

Del resto, quante volte puoi essere fortunato?


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