Il Miglior Film è il film che mette tutti d’accordo – L’Oscar e il sistema di voto

Screen Shot 2019-02-25 at 2.17.33 PMNon sapevo cosa aspettarmi da questa edizione senza un host, un presentatore ufficiale. Dopo due anni con lo spassoso Jimmy Kimmel, al mio terzo Oscar in America mi son sentita improvvisamente orfana. Perciò siamo andati alla gara del cineclub, con tanto di schede griffate Vanity Fair come in un vero Oscar Salon Party. Ci siamo focalizzati sulla sostanza, più che sull’intrattenimento. In una squadra di tre, abbiamo azzeccato attori, film straniero, sceneggiature, regia, costumi e Oscar tecnici, ma abbiamo mancato il premio più importante, quello per miglior Film.

Green book è proprio il classico second best. E se conoscete il meccanismo di voto degli Oscar, allora capirete che è una scelta più che ragionevole. Funziona così. Tutte le categorie in corsa, escluso il miglior film, vincono con maggioranza relativa: chi ottiene più voti vince cioè il premio.

Per il Best Picture è diverso. Per vincere, il film deve ottenere almeno il 50% più uno dei voti. Si vuole infatti evitare che la categoria più importante vinca con magari il 20%, o il 25% dei voti, lasciando infelice il restante 75% dei votanti. Si deve anche tener conto che il Miglior Film è l’unica categoria in cui tutti i componenti dell’Academy possono sia proporre nomine che votare. A differenze delle altre categorie, in cui i nominati sono selezionati dagli appartenenti a ciascuna sottocategoria (attori, registi, sceneggiatori, fotografia, ecc.). Il Miglior Film rappresenta davvero tutta l’Academy.

Tuttavia, raggiungere la maggioranza assoluta al primo turno è praticamente impossibile quando in gara ci sono tante pellicole. Nel 2010, infatti, l’Academy ha deciso di ammettere fino a dieci nominees a gareggiare per il premio più prestigioso. Erano nove nel 2018, otto nel 2019. Alla prima conta, è perciò quasi certo che non ci sia un film in grado di ottenere la maggioranza assoluta. Se dovesse succedere, spero di poterci essere ancora per vedere un film che mette d’accordo tutti da subito!

L’Academy ha quindi quindi rispolverato un sistema di preferenze in più fasi. Usa infatti un metodo di spoglio in voga presso la stessa Academy nel decennio 1934 – 1945, quando il numero dei film selezionati oscillava tra gli otto e i dodici ed era impossibile ottenere una maggioranza netta. Si tratta di un sistema usato anche in politica: in alcune città come San Francisco e Minneapolis, ma anche in Australia.

Al momento del voto per il miglior film, il votante (cioè il componente dell’Academy) deve dare la sua classifica: deve cioè ordinare i film in gara partendo dal preferito. Durante lo spoglio, si guarda dunque il film al numero uno nelle schede e si fanno tanti mucchietti con le schede per ciascuno dei film in gara. Quindi otto pile nel 2019. Si contano le schede in ciascuna pila e se nessuna di queste ha raggiunto la maggioranza assoluta, si decide di eliminare dalla corsa il film con meno voti.

Si va a vedere sulle schede del film eliminato qual è il film votato per secondo e si redistribuiscono le schede sulle pile ancora in gara. Si riconta, e se non basta ancora, si procede con le schede del film che alla prima conta era arrivato penultimo. Precisazione: se in una scheda il film votato come secondo non è più in gara (perchè era arrivato ultimo, penultimo, ecc. e dunque le schede sono state già riassegnate), si procede a contare il film collocato in terza posizione, ecc. Presto o tardi nelle riconte, un film spunterà il 50% + 1 e sarà proclamato vincitore.

Il miglior film non è dunque il film che piace di più. È piuttosto il film con cui tutti son in pace, con cui possono andar d’accordo, avendolo messo comunque nell’area più alta della classifica. È dunque il film che dispiace di meno.

Screen Shot 2019-02-25 at 2.17.40 PMGuardando i concorrenti in gara quest’anno, il risultato di Green Book era davvero plausibile. Io, applicando questo ragionamento, per metter d’accordo tutti avevo pronosticato Bohemian Rhapsody, ma in effetti i film fortemente musicali non mettono sempre d’accordo tutti, vedi La La Land due anni fa. Per Green Book, però, son contenta. Nella mia scheda avrei messo Roma al n. 1, ma non contavo sulla vittoria. Green Book probabilmente sarebbe finito al n. 2 o al n. 3, dunque vicino al mio sentire.

Mi era piaciuto e sono felice per il premio. I due attori sono eccezionali. Ali recita in maniera eccelsa. È al secondo Oscar come non protagonista e attendo una sua performance come leading role. È davvero una spanna sopra i suoi colleghi. Viggo fa la macchietta, impersona lo stereotipo che alberga nelle menti degli americani circa l’italiano immigrato meridionale, ma anche in questo ruolo è abilissimo. Andrebbe visto in lingua originale, perchè l’italiano di Viggo è proprio spassoso.

Ho parlato di questo film con una cassiera afroamericana al supermercato dopo essere uscita dalla sala. Per caso siamo finite a parlare di cinema (gli americani son chiacchieroni e curiosi, ma in senso positivo, non malizioso). Diceva che il film era nella sua lista di pellicole da vedere e che la sua famiglia usava il green book, cioè la guida per i turisti di colore diffusa negli Stati in cui la segregazione razziale era severamente applicata. Vi erano indicati i locali, gli alberghi e i ristoranti in cui potevano andare a mangiare e dormire i neri in viaggio per questa grande America. Mi son sentita in imbarazzo: non è la mia terra, non è la mia guerra, ma mi sono commossa con lei.

La New York Public Library consente la consultazione di diverse edizioni dei Green book, stampati tra il 1936 e il 1967. Li potete trovare digitalizzati a questo link. Interessante anche il progetto documentaristico interamente dedicato ai viaggiatori (motorists) di colore negli anni della segregazione. Era un periodo in cui o sapevi dove fermarti per rifocillarti e riposarti, oppure era meglio tirar dritto dalla partenza alla meta. Qui il trailer e moltissime fonti.

Sono contenta anche perché una parte (la più difficile del film) si svolge nella città in cui vivo: Birmingham, Alabama.  L’ultima tappa del tour concertistico raccontato nel film non ha nulla di scontato. Nemmeno la fuga nella juke joint, cioè uno di quei locali semi segreti in cui ancora oggi si può trovare l’anima della musica afroamericana.
La pellicola può risultare stucchevole per certi eccessi di buonismo, soprattutto nel finale natalizio con tanto di neve, ma è un film con un messaggio positivo che non può che mettere d’accordo tutti.

Screen Shot 2019-02-25 at 2.22.08 PMParlando della serata al Dolby Theatre, questa è stata un’edizione velocissima. L’Academy ha fatto tutto in casa senza bisogno di un presentatore esterno. I temi importanti sono stati comunque toccati: la politica con Spike Lee che lancia l’appello per il “2020”, il tema della diversity, l’immigrazione, l’importanza della verità (detta proprio così: the truth) in contrasto alle bugie (chiamate con il loro nome: lies), le difficoltà legate all’appartenenza a un genere (davvero topico il premio al documentario Period. Period in inglese significa sia punto alla fine di una frase che ciclo mestruale, tema del documentario … appunto).

Il momento in memoriam, in cui quest’anno sono stati ricordati, tra i nostri, Taviani, Olmi e Bertolucci, è sempre toccante.

Peccato per la poca Italia, anche tra i tecnici. Però ogni anno questo evento conclude una scorpacciata che non è mai deludente. È così bello questo periodo in America. È un po’ come un ottimo ripieno di sandwich, facciamo un ripieno di lobster roll, di aragosta, va’, tra la fine del campionato di football e l’inizio di quello di baseball, durante il quale si mangia invece hot dog! È il momento dei concerti, degli Emmy, dei Globes, degli Oscar. È il momento del wrap up, della riassuntone generale di tutto quel che si è visto nell’anno precedente. Finisce sempre con un po’ di malinconia. È stato bello ed è già finito. È un po’ come con la serata di Capodanno. E tocca ripartire daccapo.

Si ricomincia a covare, a prender nota delle cose da vedere, as ascoltare le musiche migliori, aspettando le sorprese del 2019. Per ora conto i giorni che mi separano da Rocketman (in uscita a breve) e da Once Upon a Time in Hollywood (per luglio).

Buone scorpacciate di film targati 2019 a tutti!


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