Provincia americana anno zero ~ Wyoming ~ in memoria di Matthew Shepard

Uno dei momenti più folkloristici delle Convention americane che portano alla nomina del candidato alle elezioni presidenziali è la “roll call”, cioè l’appello.

In ordine alfabetico, ogni Stato e ogni territorio della federazione è chiamato a dire a chi assegna i voti disponibili tra i candidati in lizza. Intanto, sullo schermo comincia la conta ufficiale.

Ciascuno Stato presenta uno o due rappresentanti che danno un breve indirizzo di voto e concludono annunciando i numeri dei voti ufficiali. Ogni portavoce si presenta dimostrando orgogliosamente l’appartenenza e l’immedesimazione con il proprio Stato o territorio.

Nell’anno del covid, le convention si sono svolte quasi esclusivamente online, perciò gli Stati hanno inviato un breve video. Le location scelte per le registrazioni variano tra i paesaggi delle vaste bellezze naturali americane, come le isole oceaniche delle Hawaii, le mese nei deserti, e i simboli dell’operosità della provincia americana, tra cui l’industria automobilistica e gli ospedali in prima linea durante la pandemia. I portavoce, a loro volta, rappresentano la multiculturalità americana: introducono il discorso nella miriade di lingue minoritarie dei nativi, in spagnolo, indossano abiti tradizionali, il classico cappellino del baseball o quello da cowboy.

Tra tutte, incuriosisce la presentazione dello stato del Wyoming. Il Wyoming è anche conosciuto come “The Equality State” (lo Stato dell’uguaglianza) e ha come motto “Equal rights” (diritti uguali per tutti). Il motivo principale è che il Wyoming è stato il primo a riconoscere il diritto di voto alle donne nel 1869.

A parlare per i Dem del Wyoming è stata una coppia anziana, Judy e Dennis Shepard, che “cast the vote”, ha assegnato il voto menzionando come il loro candidato (per le elezioni 2020 era Joe Biden) fosse in grado di interpretare le istanze inclusive della comunità LGBTQ e proprio lui potesse capire quanto la famiglia Shepard stesse ancora soffrendo per la perdita del figlio Matthew.

(I coniugi Judy e Dennis Shepard durante la convention democratica 2020)

Fermatevi qui se volete dormire serenamente.

Provincia americana anno zeroI fatti

(Laramie, Wyoming (USA) – da Google Maps)

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1998, Matthew Shepard, ventunenne studente universitario e figlio di Judy e Dennis Shepard, si fermò al Fireside Lounge, un bar di Laramie, cittadina del Wyoming al confine con il Colorado, dopo essere stato a una riunione della comunità LGBTQ del campus universitario che frequentava. Matthew, gay dichiarato, aveva fatto outing con i genitori qualche anno prima, i quali non erano mai stati ostili, benché stessero ancora processando e comprendendo la strada lungo la quale si sviluppava la vita di Matt.

Con una scusa ancora misteriosa, due carpentieri, Aaron McKinney e Russel Henderson, coetanei di Matthew, offrirono allo studente un passaggio a casa con il loro pick-up (il “truck”). Si dice che i due fossero in trip di metanfetamine da 4 giorni (anche se poi altri testimoni hanno smentito che i due fossero particolarmente alterati), e avevano tutta l’intenzione di derubare Matthew e magari svaligiargli pure la casa per racimolare soldi da usare per ripianare debiti di droga.

Aaron rese immediatamente chiaro a Matthew di essere finito in trappola. Già nell’auto, condotta da Russell, Aaron iniziò a colpire Matthew alla testa con la pistola che aveva da poco acquistato al mercato nero per 100 dollari. Lo colpì ripetutamente, brutalmente, mentre Matt piangeva e lo pregava di fermarsi. Ma non bastò, il pestaggio e la tortura proseguirono, finché l’auto si fermò in mezzo al nulla della campagna americana. I due criminali, entrambi già noti alla polizia locale per furti e risse, trascinarono Matthew fuori dall’abitacolo, lo pestarono ancora, con violenza inaudita. Gli tolsero le scarpe per accertarsi che la vittima non riuscisse a liberarsi e a tornare a casa. Matt riuscì a un certo momento a divincolarsi (le tracce di sangue tra i cespugli raccontano la disperazione del povero ragazzo), ma fu riacciuffato e il massacro continuò. Aaron ordinò a Russell di legare il corpo martoriato del povero studente a una staccionata e lì lo lasciarono: le mani legate dietro la schiena, la faccia a terra. Era ottobre, le temperature di Laramie erano già rigide, il rischio di assideramento già alto. Matthew rimase semi crocifisso, scalzo, prima moribondo e poi in coma, col cranio fracassato, appeso alla staccionata per 18 ore nella notte gelida del Wyoming.

Nel tardo pomeriggio del giorno seguente, un ciclista di passaggio per la prateria, Aaron Kreifels, a sua volta studente universitario, scorse una sagoma tra i cespugli. La scambiò prima per uno spaventapasseri, poi si accorse che si trattava di un essere umano sfigurato e corse a dare l’allarme.

Quando arrivò, Reggie Fluty, la poliziotta che rispose alla chiamata, non aveva con sé l’equipaggiamento necessario per la rianimazione, e, a mani nude, perché le scorte di guanti della Contea di Albany erano già terminate, fece un tentativo disperato di liberare la bocca e le narici del povero ragazzo piene di sangue a grumi. Raccontò in seguito che il viso di Matthew era irriconoscibile, il cranio spaccato in diversi punti, una maschera rossa sulla quale solo le scie delle lacrime avevano lasciato dei solchi sul sangue. Il suo corpo era minuto, e si poteva confondere con quello di un ragazzino. Non arrivava neanche a 50 chili.

Matthew morì 6 giorni dopo in un ospedale del Colorado a causa delle gravissime lesioni e dei traumi riportati. I due colpevoli, McKinney e Henderson, furono arrestati e condannati ciascuno a due ergastoli consecutivi, evitando la pena di morte, vigente in Wyoming, perché la strategia difensiva fu quella di confessare il delitto e la famiglia di Matt accettò il patteggiamento poi sigillato dal giudice.

Dopo i fatti

(Paesaggio tra Laramie e Cheyenne, Wyoming – Photo by Claud Richmond on Unsplash)

Il gravissimo episodio di violenza ha avuto enorme risonanza negli Stati Uniti. I motivi sono svariati, tutti shoccanti, e raccontano un disagio sociale difficilmente arginabile, un pauroso vuoto di valori, la deriva delle province, la povertà dilagante, l’abuso di droghe in un contesto che offre sempre più rare vie di scampo, l’omofobia e l’odio (più che la paura) del diverso. La sentenza non ha accertato che l’omicidio fosse aggravato dall’omofobia, ma i riferimenti all’orientamento sessuale di Matt emergono in un sottobosco mai esplicito, ma sempre sottinteso.

“Abbiamo finto di essere gay per farlo salire in auto con noi allo scopo di derubarlo”, hanno affermato in un balletto di ritrattazioni Russell e Aaron. “Volevano dargli una lezione, perché Matthew aveva messo una mano sulla gamba di Aaron in auto”, ha detto la fidanzata di Aaron. Si rimangiò tutto in seguito, lasciando però aperto lo spiraglio sopra un’inquietante tendenza: è meno grave se ammazzi un “fag”, un frocio.

La difesa di Aaron ha pure tentato la via del “gay panic defense”: l’approccio di Matt, che avrebbe messo una mano sulla coscia di Aaron e gli avrebbe infilato la lingua in un orecchio, avrebbe scatenato in Aaron una reazione violenta. A 7 anni e a 15 anni Aaron era stato vittima di episodi di violenza sessuale e le avances di Matthew avrebbero risvegliato il trauma. Cassata dal giudice perché priva di riferimenti di giurisprudenza sul punto, la tecnica difensiva non aveva peraltro trovato riscontri: non v’era prova che Matt avesse davvero toccato Aaron. Però il tentativo di usare il “gay panic defense” è già di per sé disturbante.

A pochi giorni dall’episodio, durante una parata che aveva per tema Il Mago di Oz nel campus di Laramie, due confraternite di studenti (una maschile e una femminile) agghindarono un carro con uno spaventapasseri decollato e aggiunsero due scritte: “Sono gay” sul davanti e “Su per il culo” sulla schiena. Gli studenti furono in seguito puniti.

Un prete in Kansas si fece ritrarre con un cartello: “I froci crepano, Dio ride”.

Un gruppo di dimostranti della cittadina del Wyoming, tra cui qualche amico di Matthew, accese candele e provò a stringersi in una cintura protettiva attorno al lutto durissimo della famiglia Shepard, che era rientrata urgentemente dall’Arabia Saudita quando Matt era stato ricoverato.

L’attenzione dei media montò, la notizia raggiunse clamore nazionale, l’allora Presidente Clinton telefonò alla famiglia Shepard per esprimere la sua vicinanza. Finalmente, a costo della vita di un ragazzo che aveva già sofferto abbastanza per una serie enorme di disagi, si cominciò a parlare della necessità di introdurre nuove fattispecie di reato per crimini motivati dalla discriminazione dell’orientamento sessuale. Ci sono voluti 11 anni, fino al 2009, ma alla fine anche questo passo è stato compiuto.

Matthew, il giro del mondo e il disagio

(Matthew Wayne Shepard, 1977-1998 – Foto Matthew Shepard Foundation)

Matthew Shepard, classe 1977, era un giovane minuto che arrivava a stento a 50kg. Un viso dai tratti delicati, l’apparecchio ai denti. Aveva viaggiato perché il lavoro del padre aveva portato la famiglia in Arabia Saudita. Frequentò le scuole superiori in Svizzera, in un istituto statunitense, e durante una gita in Marocco accadde il primo, irreversibile, shoccante trauma. Matthew uscì di notte dall’albergo perché non riusciva a dormire e fu avvicinato da alcuni balordi locali. Fu pestato, stuprato più volte, e abbandonato sulla strada senza scarpe, una tragica ricorrenza che gli aguzzini di Laramie avrebbero ripetuto. I poliziotti locali, benché collaborativi, non riuscirono a trovare i colpevoli. Matthew entrò in una spirale di depressione, di disturbi post-traumatici, di crescenti difficoltà. Era dilaniato dagli incubi, dalle insicurezze, dall’ansia, alle quali reagiva con azioni che aumentavano la sua esposizione ad altri simili rischi di violenza. In vari impulsi controfobici, Matthew continuò a sperimentare uscite notturne, quasi per dar prova a se stesso che non poteva continuare a vivere isolato, come un animale impaurito. La famiglia lo portò in Arabia Saudita per le cure e tentare una terapia, ma il trauma rimase pendente come una spada di Damocle, che lo portò ad accarezzare, anche nei giorni vicini all’omicidio, istinti suicidi, in un mix esplosivo di infelicità e difficoltà di vivere. Proprio mentre si affacciava alla vita adulta e iniziava a comprendere meglio se stesso, lo schianto del trauma si infilò di traverso, interruppe un percorso di maturazione già difficile e complesso, soprattutto in un contesto sociale che non trova(va) valore nella diversità.

Rientrato negli USA mentre la famiglia era ancora in Arabia Saudita, Matt cercò una nuova via, si iscrisse a studi teatrali e studi umanistici, cambiò college più volte, iniziò ad abusare di droghe e sostanze stupefacenti, che scorrono a fiumi nelle province americane del Wyoming, e finì a Laramie, sede dell’Università Statale del Wyoming, dove si iscrisse a Scienze politiche. Un ambiente più raccolto sembrava essere adatto a placare le sue ansie. Matt strinse amicizia con persone che lo capivano e lo conoscevano più intimamente; qualche volta sconfinava in Colorado, dove la scena gay è più attiva e accogliente, ma rimase vittima di violenza in altre occasioni, magari per aver solo osato fare delle avances non gradite in qualche località in cui l’omofobia è un mantra e gli omosessuali rimangono ben nascosti negli armadi.

Provincia, degrado e anfetamine

(Da sinistra, Russell Henderson, Aaron McKinney e Chasity Pasley, fidanzata di Russell, a processo. Foto di Ed Andrieski/AP File – The Coloradoan)

Aaron McKinney e Russel Henderson erano due poco di buono. “Non incarnano per nulla lo spirito del cowboy del West”: a Laramie si offesero quando i media usarano l’appellativo di “redneck” per i due assassini. I redneck, si difese la comunità, lavorano, hanno una dignità. I cowboy hanno un’etica. Questi sono dei buoni a nulla, si drogano, fanno a pugni con le forze dell’ordine, devono legare un ragazzo per riuscire a pestarlo.

Scavando più a fondo, lo scenario che si offre è agghiacciante. Il sipario che si apre su Laramie presenta storie di violenza, abusi, mancanze, dosi di odio rincarate a fiotti. Aaron è sempre stato un giovane problematico, e la madre, che non riusciva a gestirlo, lo lasciava dai nonni oppure lo chiudeva in taverna. A 14 anni fu arrestato per furto e spedito in riformatorio. Sua madre morì per un errore medico durante un’operazione. La famiglia ricevette i soldi del risarcimento (attorno ai 100mila dollari) e, con un’iniezione di denaro sonante, Aaron iniziò a fare lo spandone, sperperando tutto in droga, automobili che distruggeva in incidenti, prestiti agli amici. La polizia gli ritirò la patente per guida sotto l’effetto di sostanze. Diventò padre poco prima dell’omicidio di Matt: a 18 anni, la fidanzata Kristen LeAnn Price, anche lei dipendente da droghe, aveva partorito suo figlio. Purtroppo, anche se si dimostrava orgoglioso, l’arrivo della nuova vita non modificò la sua attitudine, i valori, le prospettive. Era in attesa di processo per una rapina a un fast food: la spirale di violenza e crimini stava già accelerando la sera che segnò la più grave tragedia registrata a Laramie.

Russell Henderson non viveva con i genitori naturali dall’infanzia. Quando gli chiedevano dov’erano i suoi, rispondeva che erano morti. Aveva subito maltrattamenti da parte della madre e dei suoi molteplici partner svariate volte. A 10 anni si trasferì dai nonni, di fede mormone, e fu educato secondo i rigidi dettami della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni e per un periodo si indirizzò sulla retta via: voti alti, riconoscimenti nei Boy Scout. Poi iniziò a frequentare un gruppo di giovani sull’orlo dello sbandamento, si legò molto ad Aaron, lasciò la scuola, trovò lavoretti di vario tipo, iniziò a costruirsi la fedina penale, si mise con una ragazza e si trasferì a vivere con lei in una baracca. Russell viene descritto come succube di Aaron la notte che i due assassinarono Matt. Aaron ammise di aver costretto Russell a legare e picchiare Matthew, e Russell aveva anche provato a dirgli di smetterla, rimediando un colpo con il calcio della pistola che gli procurò una lesione e punti sopra il labbro. Tuttavia, non fece davvero nulla per salvare Matt, anche dopo l’episodio. Nelle 18 ore successive al pestaggio, mentre Matt era ancora appeso alla staccionata, Russell pensò piuttosto a disfarsi dei vestiti sporchi di sangue, a costruire una versione dei fatti condivisa. Oggi, quarantenne, ammette di aver avuto la possibilità di fermare Aaron ed evitare la tragedia e confessa di vivere un rimorso quotidiano per il proprio errore.

Dopo aver abbandonato Matt morente nei campi, i due tornarono nella cittadina, ma dovettero rimandare il saccheggio a casa di Matt perché rimasero coinvolti in una rissa con due ragazzi di origine latino-americana in giro di notte a tagliar gomme delle macchine. La polizia intervenne per fermare la zuffa e, dopo aver riportato l’ordine, sequestrò il veicolo di Aaron (guidato da Russell) e notò la pistola sporca di sangue di Aaron, ma la associò alla zuffa tra persone sotto effetto di sostanze. Trovò anche la carta di credito di Matt, ma non associò il nome al delitto finché il povero studente non venne ritrovato, soccorso e identificato.

Tornato ciascuno alla propria baracca, i due si confidarono con le rispettive compagne. Il portafoglio di Matt fu poi ritrovato dalla polizia in un pannolino sporco del figlio di 4 mesi di Aaron. Droga e altre sostanze furono abbandonate in un cestino fuori da un fast food. Le scarpe sporche di sangue di Russell rimasero a casa (“erano costate troppo per buttarle via”). I quattro si accordarono per una comune versione dei fatti. Un piano pieno di confusione, di pezzi mancanti, di scuse raffazzonate e incomplete, condite con svariate versioni e ritrattazioni. Anche le due disgraziate ragazze saranno condannate come complici per aver facilitato la rimozione delle prove e non aver fatto nulla per porre rimedio a quanto accaduto.

Cindy T. Dixon, madre naturale di Russell, chiese di poter vedere il figlio in prigione prima del processo. Russell rifiutò. Il gennaio seguente, la donna quarantenne fu ritrovata morta assiderata nella neve. Un balordo l’aveva caricata in auto, stuprata, pestata e poi abbandonata sul ciglio della strada. In un meccanismo perverso di violenza e deviazione senza interruzione, quello stesso balordo, scontata la pena e uscito dal carcere, si ripeté anni dopo sequestrando e violentando una bimba di 9 anni.

Sieropositività

Davanti al figlio attacato a un respiratore senza prospettiva di miglioramento, la famiglia Shepard parlò con i medici della volontà di Matt di essere donatore di organi.

“Non è possibile”, rispose il personale sanitario, “Matt è risultato positivo all’HIV”.

Una notizia devastante, ignota ad amici e famiglia. E forse anche allo stesso Matt. Nessuno saprà mai se il ragazzo fosse a conoscenza della sua condizione, che probabilmente era anche molto recente.

In ragione della positività, tutti coloro che avevano avuto contatti con il sangue di Matt nella notte fatale, furono messi in trattamento medico monitorato. Tra questi, la poliziotta che lo aveva per primo soccorso e che, a mani nude, priva di guanti, aveva liberato la bocca di Matt e le sue narici dal sangue.

Ma anche i due tagliatori di gomme: Aaron McKinney aveva usato il calcio della pistola per picchiarne uno, alla stessa maniera con cui aveva ammazzato Matt. La pistola era ancora sporca del sangue di Matt e il contatto avrebbe potuto trasmettere al ragazzo l’HIV.

Dopo mesi di monitoraggio e cura, almeno questo capitolo della storia finisce positivamente, con tutti negativi all’HIV. Quel che rimane è comunque un’atroce consapevolezza che il disagio scava finché può per dare il colpo di grazia a chi già vive una situazione frustrante.

Da salvatore a condannato

Anche a proposito di Aaron Kreifels, lo studente che aveva trovato Matt quasi per sbaglio mentre faceva un giro in bicicletta, il destino racconta di un declino inesorabile. Nel 2015 venne arrestato, per essere condannato nel 2016 per possesso di marijuana, funghi allucinogeni, 18mila dollari in contanti e una pistola. Kreifels si difese sul possesso dell’arma con la giusitificazione che, dopo aver indicato il ritrovamento di Matthew, viveva con il timore di subire ripercussioni sulla sua stessa vita.

Il diverso nella legge

(Le sorelle di James Byrd Jr. e Judy Shepard, seconda da sinistra, con il Presidente Obama
Fonte Wikipedia)

I genitori di Matt sono comparsi nella convention democratica per il voto del Wyoming perché nel 2009, dopo che era rimasto pendente già dall’era Clinton, l’atto del congresso che prende il nome di Matthew Shepard è stato firmato dal Presidente Obama. Si tratta del “Matthew Shepard and James Byrd Jr. Hate Crimes Prevention Act”. La tragica morte di James Byrd Jr., un afroamericano vittima di un omicidio cruento in Texas da parte di un gruppo neonazista nello stesso periodo della morte di Matt, era stata menzionata anche durante il processo a carico di McKinney ed Henderson. Le due vicende sono accomunate dall’atrocità e dalla brutalità sferrata dagli assassini sulle vittime. In entrambi i casi, la discriminazione verso un certo orientamento sessuale e l’odio razziale hanno giocato un ruolo fondamentale, vero movente del crimine.

La legge del congresso da un lato espande le fattispecie già punite da una normativa del 1969 che aveva introdotto i reati (“hate crime”) motivati da odio razziale, religioso, etnico, di nazionalità, espandendola ai reati motivati dall’odio basato sul genere percepito, sull’orientamento sessuale della vittima, sull’identità di genere e sulla disabilità. Dall’altro ha eliminato il precedente requisito che la vittima di odio dovuto a razza, colore, religione, o nazionalità, stesse svolgendo un’attività protetta dalle leggi federali (come votare o andare a scuola), quando il reato veniva compiuto.

Biden era vice quando Obama firmò l’atto. I coniugi Shepard, che hanno creato una fondazione per i diritti della comunità LGBTQ, hanno detto nel breve discorso della “roll call” che Biden incarna quella stessa tensione che rendeva Matt speciale: “il suo impegno per l’uguaglianza, la passione per la giustizia sociale, e la sua sensibilità senza limiti per gli altri”.

***

Quando ho cominciato a raccogliere il materiale per scrivere questo pezzo, ho scoperto tra le altre cose che a Matt piacevano gli Squirrel Nut Zippers, un gruppo musicale swing e jazz che aveva avuto discreto successo alla fine degli anni Novanta.

Nel dicembre del 1998, poco dopo la morte di Matt avvenuta in ottobre, io mi trovato a San Pietroburgo e là, in un negozio di dischi, scoprivo gli Squirrel Nut Zippers per puro caso. Un cliente aveva chiesto al proprietario di suonare il disco prima di decidere se acquistarlo. Io rimasi rapita dalla musica, ma il negozio aveva una sola copia. Vedendomi delusa, il cliente, che aveva intuito che venivo dall’estero, mi cedette la copia. Un atto di gentilezza che ricordo con molto piacere. A San Pietroburgo c’erano -15’, le stesse notti fredde del Wyoming. Il disco si chiama “Perennial Favorites”. Quando penso che molte delle mie scelte musicali sono state influenzate da mia sorella più grande, mi mette una grande tristezza pensare che Matt, che avrebbe potuto essere il mio fratello maggiore, non possa più sentire questa musica.

(Squirrel Nut Zippers, Perennial Favorites – 1998)

*** 

Alcune letture sul caso che rappresentano molto bene la provincia americana del Wyoming negli anni dell’omicidio di Matt Shepard:

  1. Melanie Thernstrom, The crucifixion of Matt Shepard, Vanity Fair, marzo 1999
  2. JoAnn Wypijewski, A Boy’s Life, in Harper’s Bazaar, settembre 1999

Qui trovate alcune delle carte processuali


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