Black History Month #1 – Jim Crow e Homer Plessy

Negli anni della segregazione, una linea invisibile lungo Center street separava geograficamente la zona est di Birmingham da quella ovest, imponendo la segregazione attuata dal pacchetto di leggi diffuse in tutto il Sud e meglio note come Jim Crow Laws, leggi di Jim Crow.

Secondo alcuni, Jim Crow non sarebbe mai esistito. Secondo altri, si tratterebbe di una caricatura costruita su uno schiavo afroamericano disabile che sarebbe vissuto a St. Louis, a Cincinnati, o a Pittsburgh. Nel 1828, Thomas D. Rice, o Daddy Rice, un menestrello di professione, scrisse la canzone “Jump Jim Crow”, dando alla figura caricaturale un’esplicita interpretazione razzista. Rice prese come traccia il trickster, la figura del furbo imbroglione, che già era in circolazione tra gli schiavi africani. Rice si presentava sul palco dipingendosi il volto di nero e indossando abiti a brandelli e pieni di toppe. A partire dal 1838, il termine Jim Crow era diventato un’espressione peggiorativa per indicare gli schiavi.

A partire da quello show, la figura di Jim Crow si tramandò nei vari spettacoli di intrattenimento per bianchi. Negli anni ’20, spopolava nei minstrel shows, una forma di intrattenimento palesemente razzista in cui Jim Crow era rappresentato da un attore bianco che si dipingeva la faccia di nero e portava guanti bianchi. Jim Crow racchiudeva tutti gli stereotipi razzisti di un nero svogliato che vivacchia sulle spalle dei bianchi. Frederick Douglass, uno dei più grandi pensatori e teorici afroamericani che hanno posto le fondamenta della lotta per la parità e l’uguaglianza, definì i minstrel shows come “la sporca feccia della società bianca, che ci toglie anche il colore della pelle di cui la natura non l’ha dotata, e con il quale si arricchisce assecondando i gusti corrotti dei loro compari bianchi”.

Un attore bianco impersona un uomo di colore – foto dell’archivio Frances Benjamin Johnston
presso la Library of Congress

Il nome venne quindi attribuito a tutto il pacchetto di leggi che fiorirono negli Stati del Sud subito dopo la fine della Reconstuction, che rappresenta il tentativo (purtroppo fallito) di avviare negli Stati del Sud un’integrazione degli ex-schiavi successivamente all’emancipazione dichiarata da Lincoln. Questa era l’area più conservatrice e restia ad attuare una vera politica di riconoscimento dell’eguaglianza.

Jim Crow divenne così il padrino delle normative che attuavano il principio separate but equal: uguali, ma ognuno per conto suo. Oltre al danno, dato dalla negazione di una vera possibilità di eguaglianza e integrazione, c’era anche la beffa, cioè un nome dal portato dispregiativo, frutto di una superba e tracotante supremazia bianca.

Si fa risalire il primo uso pubblico del termine a un brevissimo articolo del New York Times del 21 dicembre 1892, nel quale si riportava che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dichiarato la legittimità di una legge della Louisiana che aveva stabilito, nel 1890, che i treni dovevano provvedere carrozze separate for negroes, per i neri.

New York Times, 21 dicembre 1892

Di fatto, con il separate but equal si creavano due mondi paralleli e separati: scuole separate, bar e ristoranti separati, negozi separati, spazi separati sui treni, sui bus. Giornali separati, pubblicazioni separate, squadre sportive separate. Matrimoni separati, cioè matrimoni interrazziali vietati. Le leggi applicavano la regola a seconda della vicinanza con un progenitore di diretta ascendenza afroamericana. Qualche Stato si fermava a un ottavo, mentre altri del tutto intransigenti, come l’Arkansas, applicavano la “one drop rule”, la regola della goccia di sangue: la legge approvata dal 1911 stabiliva che era definito come “Negro” chi avesse “any negro blood whatever”, cioè chi ha qualsiasi ascendenza africana, anche lontana nei di generazioni.

Proprio la legge entrata in vigore nel 1890 in Louisiana a proposito dei treni venne sfidata da Homer Plessy, un octoroon, cioè una persona che era bianca per sette ottavi del suo albero genealogico e nero per un solo ottavo. Aveva in sostanza un bisnonno nero. Plessy parlava francese, aveva origini creole, aveva ricevuto un’educazione ed aveva raggiunto una buona stabilità economica. Poteva anche mescolarsi con la popolazione bianca senza essere riconosciuto: quell’ottavo si era sbiadito nel tempo sulla sua pelle, perciò godeva almeno di un’apparente uguaglianza.

Homer Plessy (1862-1925)

A fine Ottocento, appena trentenne, Plessy aveva deciso di aderire alla protesta organizzata da un gruppo in difesa dei diritti civili attivo in Louisiana. Ma qualcuno che conosceva le sue origini gli mise alle calcagna un investigatore.

Il 7 giugno 1892, Homer Plessy comprò un biglietto di prima classe e salì sul treno n. 8 a New Orleans in direzione di Covington. Si sistemò in una carrozza “per bianchi”, ma gli venne chiesto di accomodarsi nella carrozza per neri. Plessy si rifiutò e il caso si trasformò in un processo che arrivò davanti alla Corte suprema.

La Corte finì per accogliere l’interpretazione separate but equal. La decisione, che è passata alla storia come la più vergognosa mai adottata dal supremo organo giurisdizionale, finì con un solo voto contrario, quello di Justice John H. Harlan, nativo del Kentucky e veterano della Guerra Civile, a cui si deve la celebre frase nella dissenting opinion: “Our Constitution is color-blind and neither knows nor tolerates classes among citizens. In respect of civil rights, all citizens are equal before the law”, la nostra Costituzione non vede i colori, né tollera che ci siano classi tra i cittadini. In riferimento ai diritti civili, tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge. È triste pensare che un concetto così pulito, chiaro e incontrovertibile oggi non lo fosse anche allora agli occhi degli altri 7 giudici supremi che invece si ostinavano a vedere i colori e ai colori associavano diverse classi di cittadini.

Justice John Marshall Harlan (Mathew Brady or Levin Handy – Brady-Handy Photograph Collection – Library of Congress)

La decisione fu ripresa come precedente in numerosi altri casi a livello locale e federale per tanti, troppi anni a seguire e giustificò il razzismo sistemico e sostanziale che ha caratterizzato soprattutto gli Stati del Sud degli Stati Uniti, rallentando, bloccando lo sviluppo e l’ascesa di una fetta di popolazione che era di fatto la base sulla cui miseria gli Stati Uniti avevano fondato la prosperità del paese. Brutalmente schiavizzati, sfruttati, maltrattati, violentati e vittime di soprusi, gli afroamericani si trovavano ora anche a convivere con Jim Crow. Jim Crow era del loro colore, ma i bianchi se ne erano appropriati e lo avevano reso uno stereotipo prima per ridere dei neri e ora per etichettare le leggi che ristabilivano un’inferiorità di fatto e la segregazione razziale con il benestare della Corte Suprema.

Le Leggi di Jim Crow si dissolsero solo a colpi di marce per i diritti civili, di altre sentenze della Corte Suprema (la più famosa è la Brown vs. Board of Education of Topeka del 1958, che poneva fine alla segregazione nelle scuole), e del Civil rights act del 1964. A colpi di vite perse, di omicidi e di atti di terrorismo interno da parte di un Ku Klux Klan che proprio in questo periodo ritrovò nuovo vigore e uscì dalle fogne nelle quali avrebbe dovuto stare relegato. Ci volle l’ostinazione e la resistenza di molti: come dicono qui, it takes a village. Ci vuole un intero paese, ci vuole uno sforzo collettivo.

(segue)


Una risposta a "Black History Month #1 – Jim Crow e Homer Plessy"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...